Luci & Ombre
It's my BLOG, and I'll rant if I wanna

Archive for the ‘Giustizia’ Category

Morire di Legge

mar ,03/11/2009
Qualcuno, viene abbandonato dalle Istituzioni anche da morto

Sulla morte di Stefano Cucchi avevo già deciso di scrivere un articolo la settimana scorsa, non appena la notizia era stata resa pubblica. Poi gli eventi su Marrazzo e la mancanza di tempo da dedicare a questa mia attività “accessoria”, mi hanno fatto soprassedere. Anche perché, per fortuna, a differenza di tanti altri casi che non sono assurti a dignità di cronaca, almeno per Stefano, sembra si stia cercando di fare luce (sempre che, poi, i suoi aguzzini non facciano la fine di quelli di Francesco Aldrovandi: condizionale e nemmeno una sospensione dal lavoro).

L’articolo di oggi, dunque, non riguarda questo caso specifico, ma vuole fornire qualche spunto di riflessione sulla condizione carceraria, vista dalla parte di un addetto ai lavori, quale io sono.

In primo luogo, però, vorrei ricordare che il destino di Stefano è stato precorso almeno da un altro detenuto in attesa di giudizio: Aldo Bianzino. Era un falegname di 44 anni, che viveva nelle campagne di Perugia ed ha avuto solo la tremenda colpa di coltivare canapa (o marijuana, che è la stessa cosa) ed è stato arrestato il 12 ottobre 2007. E’ morto (in circostanze ufficialmente mai chiarite) due giorni dopo: il 14 ottobre, nella cella n. 20 della sezione 2B del carcere perugino di Capanne. Di questo caso, sembra, si occuperanno stasera le Iene, anche se non è proprio una notizia nuova di zecca, visto che Beppe Grillo ne parla periodicamente, da sempre, nel suo Blog. In ultimo (ma solo perché più remoto) il caso di Marcello Lonzi, 29 anni, morto nel penitenziario delle Sughere nel 2003: la madre ha scritto una lettera al Ministro della Giustizia (da Repubblica ) “in cui lo invita a guardare le foto del cadavere di suo figlio e di darle finalmente quelle risposte che attende da sei anni”.

Di altro significato è, invece, lo scalpore che ha destato il suicidio di Diana Blefari anch’esso assurto alla cronaca di questi giorni, ma solo per specifiche motivazioni politiche, visto che Diana era una brigatista e che partecipò al commando che uccise Marco Biagi.

Se per la morte di Stefano, dunque, nessuno si azzarda (anche se magari lo pensa) ad esprimere parole di giustificazione nei confronti di coloro che lo hanno ucciso, per la morte di Diana si discute sulle modalità di carcerazione e quanto (o quando) il nostro ordinamento carcerario debba essere più garantista di quel che già non sia.

In tutto questo i medici legali c’entrano, eccome!

Non so a quanti altri sia capitato, ma a me – una volta, tanti anni fa – è successo di essere chiamata in tutta urgenza a visitare un arrestato che presentava un’escoriazione al braccio. Furono le forze dell’ordine a farlo, mi dissero che era caduto mentre lo portavano all’interrogatorio ed aveva sbattuto il gomito contro lo spigolo di un mobiletto, per cui avevano necessità certificassi che non l’avevano picchiato per “non passare guai”. Meno male che il tipo non aveva nessun’altra lesione (lo visitai da capo a piedi!) e che confermò la dinamica, così rilasciai tranquillamente il certificato e me ne tornai a casa. Se così non fosse stato, credo che quell’evento mi avrebbe rovinato la vita, perché sono sempre stata completamente incapace di commettere (o avvallare) ingiustizie, e per quanto là dentro conoscessi tutti, una volta uscita sarei corsa in Procura a denunciarli! Il che mi avrebbe, comprendete bene, distrutto la carriera (ed ero solo agli inizi!).

Gli incarichi sugli arresti domiciliari a detenuti, per motivi di salute, invece, un tempo erano vera e propria routine. Per un po’ li ho svolti  per conto del Tribunale, poi – vi confesso – erano troppo pericolosi e troppo mal pagati (alla stregua di una visita per concedere o meno la pensione ad un vecchietto! Lo Stato non fa differenza) ed ho cominciato a farne qualcuno su richiesta di parte (cioè del detenuto).

Mi aveva subito insegnato il mio vecchio Maestro: “Dottore’, ricordatevi che i Magistrati pensano solo a loro stessi, e che quello che più gli preme è il loro posteriore (veramente usava un’altra parola, ma ci siamo capiti comunque). Se c’è rischio di suicidio è facilissimo che concedano i domiciliari, perchè se gli si ammazza uno in carcere ci passano i guai.”

E queste, in definitiva, sono le parole magiche.

Trent’anni fa, infatti, ha iniziato a crescere esponenzialmente la richiesta (e, in parte, la concessione) di arresti domiciliari per motivi di salute, proprio a seguito della possibilità di un evento suicidiario. Se eri il consulente di parte, bastava che il tuo cliente avesse tentato già un paio di volte il suicidio, lo mettevi in rilievo nella relazione ed il risultato era sicuro.

Poi, anche i Magistrati si sono fatti furbi e lo Stato ha preso i suoi provvedimenti, così sono sorti diversi centri clinici dell’Amministrazione Penitenziaria, con padiglioni specializzati proprio in questo campo e lì vengono direttamente inviati i detenuti che chiedono i domiciliari (più o meno dagli anni novanta). Si è fatta strada la teoria per cui il suicidio dei detenuti non avviene, se annunciato (cioè che il tentativo di suicidio in carcere sia solo un evento finalizzato ad uscire e non un sintomo di malessere psichico), e si è passati da un estremo all’altro: oggi, per questo motivo, non esce più nessuno.

Se poi pensiamo che, probabilmente, per la carriera di un Magistrato è peggio che un delinquente organizzato gli esca e combini qualcosa di grave, piuttosto che gli muoia in carcere, allora si capisce bene perché, nonostante tutti  i segnali che sembra ci siano stati sulle gravi condizioni psichiche di Diana Blefari, si è lasciato si suicidasse in carcere.

A mio giudizio è tutto qui, e – intanto – da gennaio a oggi i morti suicidi in carcere sono 61.

La foto di apertura è di Sutudiovertigo

La solita testa di minchia

lun ,19/10/2009
Il famoso papello

Il famoso papello, a sinistra, appunti di Ciancimino, a destra

Sarebbe stato questo, secondo Massimo Ciancimino, il  commento del padre Vito alle richieste della mafia nei confronti dello Stato, pretese da Riina nel famoso foglietto, ormai ribattezzato papello.

In questi giorni se ne parla molto, perchè il foglietto sarebbe stato appena consegnato da Ciancimino ai magistrati di Palermo. Ho usato il condizionale per tutti e due gli eventi: era d’obbligo, visto che per il momento non ci sono ancora conferme di nulla, ma solo molte chiacchiere.

Ed è proprio sulle chiacchiere di questi giorni che vorrei fare qualche considerazione.

Stiamo parlando dei primi anni ’90, delle stragi di mafia e del coinvolgimento di alcuni rappresentanti dello Stato (o delle sue istituzioni tattiche) in trattative con Cosa Nostra. Argomento molto vasto e con implicazioni che si diramano a 360 gradi, in un labirinto esponenziale in cui non è assolutamente facile orientarsi.

Allora: la pubblicazione di questo papello, è ovvio, ha scatenato un mucchio di commenti. La maggior parte  in ordine all’enormità delle richieste di Cosa Nostra ma, a me personalmente, sarebbe sembrato molto più logico che qualche voce autorevole si levasse, non già sul contenuto, ma sul fatto stesso della sua esistenza. Mi spiego meglio: per quanto mi riguarda, ritengo che l’abnormità del fatto sia che la Mafia ritenesse possibile mettersi a contrattare con lo Stato, non che abbia richiesto la revisione del maxi processo, piuttosto che l’abrogazione del 41bis. Punto.

Ma qui, invece, sembra che tutti diano per scontato che Cosa Nostra potesse permettersi di patteggiare, e non importa se formulava richieste folli o meno, tanto si sa che – durante una contrattazione – il richiedente poi scende di prezzo rispetto alla pretesa iniziale!

Bene o male, se andiamo a vedere, il contenuto dei commenti di questi giorni ha proprio questo tenore! E non vi parlo di opinioni qualsiasi, ma di pareri illustri, e tra questi, quello che più mi ha sconcertato è quello di Piero Grasso, magistrato, Procuratore Nazionale Antimafia che, appena tornato da New York,  ha rilasciato almeno due interviste, una a La Stampa, l’altra a Rai3

In buona sostanza, in entrambi i casi, ci riferisce che da tempo la Magistratura è al corrente di questi “tentativi” di contrattazione, che c’è in corso il processo agli ufficiali del Ros, Mori e De Donno, proprio per contatti con Vito Ciancimino e che, tutto sommato, non è normale che uno Stato scenda a patti con la malavita organizzata, ma bisogna tenere conto del periodo storico che si stava vivendo ed, in definitiva (dice a Rai 3) “Il momento era terribile, bisognava cercare di fermare questa deriva stragista che era iniziata con Falcone: questi contatti dovevano servire a questo e ad avere degli interlocutori credibili”

Io non credo che la strada della contrattazione fosse quella giusta per fermare le stragi della Mafia, tant’è che qualche mese dopo  fu ucciso Borsellino, e Riina (a detta di Brusca) commentò: “si sono fatti sotto”!. Sono completamente d’accordo, invece, con quanto ha scritto due giorni fa Nello Trocchia su AntimafiaLa storia del papello si può raccontare così: come il grande inganno consumato a danno di chi, generali, carabinieri, poliziotti, giudici, giornalisti, ha creduto la mafia il nemico da battere, le connivenze il livello da intercettare e debellare.”

E allora, qualcuno mi risponda: quante sono – all’epoca, ma soprattutto oggi – le solite teste di minchia, in questa storia?

L’immagine di apertura à presa  dall’articolo di Silvia Cordella su Antimafia

DUE SENTENZE, DUE DIVERSE INTERPRETAZIONI

mer ,15/07/2009

Ricostruzione grafica ufficiale delitto Sandri

Ricostruzione grafica ufficiale delitto Sandri

E’ da alcuni giorni che ho in testa di scrivere un articolo sui due ragazzi ammazzati da Agenti di Polizia, i cui relativi processi si sono si sono conclusi in primo grado proprio in questi giorni.

Non sapevo come impostarlo, però.

Anche perchè, la settimana scorsa, avendo commentato su Facebook, in negativo, e proprio con il caso Aldrovandi, il link di un’amica che (occasione il G8 dell’Aquila) glorificava unilateralmente l’operato della Polizia di Stato a fronte di possibili  manifestazioni dei No Global (in riassunto: tutti i poliziotti eroi, sempre e comunque; tutti i manifestanti delinquenti, sempre e comunque) avevo scatenato una lunghissima discussione, dove si cercava di farmi passare per ciò che non sono: un’estremista ottusa e con i paraocchi che, per partito preso, deve andare contro la Polizia, sempre e comunque.

Con per le mani il polso di questa situazione, capirete che avevo deciso di non puntualizzare oltre il mio pensiero. Ma non ce la faccio più.

Lo premetto, e a lettere grandi: IO NON CE L’HO CON I POLIZIOTTI! Ce l’ho con quegli “individui” che, approfittando del potere che proviene loro da una divisa (poliziotti, carabinieri, esercito, vigili urbani o guardie veterinarie che siano) ammazzano altri uomini. Punto!

Non ce l’ho con i poliziotti in generale, visto che ci lavoro quasi quotidianamente, e so bene che degne persone siano!

Il corpo di Francesco Aldrovandi sul tavolo anatomico

Il corpo di Francesco Aldrovandi sul tavolo anatomico

Ce l’ho, con i quattro che hanno ammazzato Francesco Aldrovandi e con quell’uno che ha ammazzato Gabriele Sandri! E solo con loro!

E ce l’ho con la sentenza di Ferrara, che ha giudicato i quattro colpevoli di reato preterintenzionale, come se volessero solo picchiarlo Francesco, non ammazzarlo; fargli giusto un po’ di male, dargli una lezione, sempre in quattro contro uno, a suon di manganelli e salendogli sul torace quando lui era a terra bocconi, loro non volevano ammazzarlo, no, non volevano farlo e non gli passava nemmeno per la testa che questo potesse succedere! E, dunque, queste azioni sono state considerate un reato preterintenzionale, cioè – per i non addetti ai lavori – un’azione che va oltre l’intenzione di chi la commette, che provoca più danni di quelli che si volevano provocare. E per questo sono stati condannati a 3 anni e 4 mesi ciascuno.

E ce l’ho con quelli che, oggi, si strappano i capelli perchè il poliziotto che ha ucciso Gaddo è stato giudicato colpevole di aver commesso “solo” un reato colposo (cioè sapeva che a fare quello che stava facendo – sparare in direzione della macchina – avrebbe potuto uccidere qualcuno e, quindi, non avrebbe dovuto sparare in quel modo) ed è stato condannato “solo” a 6 anni. E in tanti fanno casino  perchè secondo loro, il poliziotto avrebbe sparato con l’intenzione di uccidere (e che il proiettile che ha ucciso Gabriele è stato deviato dalla rete metallica, questo non c’entra nulla, no, vero?).

Ce l’ho perchè l’omicidio Aldrovandi ha suscitato solo un interesse locale e qualche accenno in cronaca nazionale, mentre l’omicidio Sandri è un casus belli.

Ce l’ho perchè penso che sia molto più grave uccidere un ragazzo a botte in quattro piuttosto che ucciderne un altro sparando un unico colpo di pistola da una parte all’altra dell’autostrada.

Ce l’ho, soprattutto, perchè due ragazzi sono morti.

E sono morti solo perchè hanno incontrato sulla loro strada qualcuno che aveva la possibilità di ammazzarli, e basta,  di destra o di sinistra, tifosi di calcio o meno, non ha importanza, sono morti e nessuno li restituirà mai più alle loro famiglie. Punto!

Qui trovate i link:

La ricostruzione grafica animata, ufficiale, del delitto Sandri

http://www.youtube.com/watch?v=AbSdHTbhODo

L’articolo di Repubblica sul delitto Aldrovandi e gli ulteriori link correlati

http://www.repubblica.it/2009/06/sezioni/cronaca/aldrovandi-processo/aldovrandi-condanna/aldovrandi-condanna.html